La mente umana di fronte all’idea di Dio

Lettera di Cartesio a Mersenne, luglio 1641

di Gaetano Origo

Premessa

Uno studio accorto e scorrevole nei suoi intendimenti deve costituire il proposito di ogni libero ricercatore che voglia iniziare la propria indagine con l’intuizione o con una serie di intuizioni che sono, in verità, patrimonio comune dell’intelligenza riflessiva che persegue direttamente, e con piena responsabilità di intenti, la via rigorosa della deduzione dei termini contenuti nelle molteplici proposizioni date, così come sono state tratteggiate ed esposte dal Descartes nelle Regole per la guida dell’intelligenza.

La via da essa scossa è, pertanto, in piena sintonia con l’apertura degli orizzonti promossa dagli autori e dagli interpreti di un determinato contesto culturale del quale costoro vogliono dare sicura prova di se stessi attraverso il portentoso indirizzo delle obiezioni che richiamano altri ricercatori ad un confronto aperto e selettivo con gli argomenti da essi proposti ed introdotti nel sapere degli altri individui ragionevoli che sono, tuttavia, e sempre più, cose pensanti e dubitanti. Il richiamo non spregiudicato al verbo tueri, o, comunque sia, all’intueri ed alle altre sue evolute forme derivate, sta a testimoniare semplicemente l’incontro dell’intelligenza narrativa e riflessiva con i relativi significati che essa mostra in riferimento costante a ciò che si prefigge di indagare al fine di indurre i medesimi autori ed interpreti ad un confronto aperto e solerte con le opere del passato perché siano ricondotte alla luce del vero sapere. All’intueri, in ogni caso, non si conforma soltanto il significato di intuire, ma anche quello di intuire ragguardevolmente, come esige la visione di ciascun autore-narratore in quanto pure interprete di se stesso, che guarda prima nel proprio sé, per mirare, poi, a ciò che accade fuori di sé, attraverso una portentosa esercitazione della riflessione propria che l’intelligenza sostiene non solo autonomamente, ma anche con il contesto comunitario formato da altrettante ed idonee intelligenze che osservano puntigliosamente ciò che inerisce essenzialmente alla ricerca attenta da tutti riconosciuta come motore attraente e perseverante di intenti e di contributi operativi esatti da ciascuna di essi.

Ogni ricercatore non è, così spaventato dall’andare oltre sé stesso, ma si inoltra sempre più convintamente nello spazio aperto ed ignoto della divinità che vuole conoscere ad ogni costo, non prima di averla intesa con la propria intuizione riflessiva intelligente, la quale gli appare come un’idea che esige, in ogni caso, di essere compresa ed intesa ulteriormente, per vedere se sia possibile dimostrarla con prove sufficienti ed adeguate. Ciò deve avvenire per ciascun operatore culturale in regime di piena e consolidata libertà di ricerca, che gli è congeniale, per non essere mosso assolutamente dall’alto attraverso la fede nella verità, storicamente individuata come esperienza intuitiva di ogni dato immediato riconosciuto come tale, decisamente ostile alla sapienza operativa dell’intelletto che la deve invece, con tutte le proprie forze operative, ricostituire come elemento del proprio dubbio e di tutti quelli che sono depositari della verità autentica individuata come tale. L’intueri, come ulteriore guardatura, o come piena direzione dello sguardo convincente dei ricercatori, si confa, dunque, non solo al Descartes, ma anche a tutti gli epistemologi della scienza e non, in quanto sicuri interpreti, più che autori, della ricerca del criterio del vero, e mai del verosimile, che va nella medesima direzione del destino aperto da individui ragionevoli che, con lo sguardo riflessivo, sono condotti sempre oltre ciò che li trascende.

La fede nella verità della ragione, patrocinata, se pure in parte da Agostino, serve, in ogni caso, alla scienza che si avvale di comprovate esperienze curriculari che vengono fondate dai loro principi che sono per nulla inconfutabili, poiché il dinamismo interno di ciascun ricercatore si sviluppa in ragione dell’aguzzare il profilo del proprio ingegno anche attraverso il confronto che interviene tra i singoli autori ed interpreti, soprattutto quando questi ultimi vogliono trascendere le prospettive designate e realizzate dai loro autori, come dai loro coevi e non che si muovono, altresì, circostanziatamente e compuntamente per realizzare i singoli progetti che investigativamente provengono unicamente dalla propria ragione deliberante.

La scienza autentica nasce e si sviluppa, così, ragguardevolmente dal confronto tra le potenze intuitive ed esplicative dell’intelletto dei diversi operatori culturali, in conformità alla sensibilità da essi colta nell’esercizio del verbo intueri, che non è più la semplice immagine del mondo da questi prodotta arbitrariamente, ma la visione prospettica di autori e di interpreti che vanno sempre oltre la direzione dei singoli sguardi emergenti dalle adeguate intelligenze intuitive dagli stessi possedute.

Questi, infatti, si inoltrano, dopo un faticoso ed operativo lavoro di ricerca, nei meandri segreti della natura, stimata come tesoro nascosto di enigmi mai penetrati in quanto ritenuti esplicitamente misteri, come quelli eleusini di hegeliana memoria, nei quali la penetrazione in essi è stimata inferiore alle sue reali possibilità tanto che ha da dovere assumere, pertanto, un altro e considerevole ruolo, in vista di obiettivi più sicuri ed autentici, in nome e per conto della sana ragione investigativa che con l’ausilio fondante dell’intelletto, si avvale delle molteplici circostanze da esso puntualmente narrate per trascendere ogni elemento che si presenta assolutamente come dato incomprensibile, il quale, proprio perché è tale, va assolutamente e con la medesima misura dell’esperienza, conosciuto e mutato in autentico posto dato idoneo.

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